Qualche giorno fa, in un gruppo che seguo su Facebook, mi è capitato di trovare il link ad un articolo che parla di dieta Paleo dal titolo “Paleo dieta: 5 strani effetti collaterali da conoscere” che potete trovare qui.

I contenuti dell’articolo mi hanno lasciata alquanto perplessa, sembra infatti che l’autore non abbia un’idea molto chiara su che cosa sia davvero la Paleo dieta. Vediamo quindi, punto per punto, quali siano le disinformazioni che vengono date in questo articolo (vi consiglio quindi di leggere l’originale e confrontare punto per punto i contenuti). L’articolo è necessariamente lungo, un premio a chi arriverà in fondo (magari una bella bistecca al sangue)!

Introduzione e un po’ di confusione- Cos’è la Paleo Dieta

Partiamo già con il piede sbagliato. Poche righe e tante contenuti discutibili che per l’appunto andiamo a discutere.

cit.1 “La visione, scientificamente ingenua, della paleo dieta è che il nostro genoma sia per buona parte uguale a quello dei nostri antenati, i cosiddetti cacciatori-raccoglitori – e da questo deriva il consiglio di mangiare come loro”

Da brava biotecnologa queste affermazioni mi hanno incuriosito e ho deciso di cercare un po’ di letteratura sugli adattamenti evolutivi del genoma in risposta ai cambiamenti subiti dalla dieta nelle varie popolazioni. La maggior parte di questi studi sono stati condotti non solo per conoscere la storia evolutiva della nostra specie, ma anche per comprendere i meccanismi che stanno alla base di numerose malattie metaboliche della popolazione umana moderna. (ref1 & ref2).

Per i non addetti ai lavori spiego in modo molto (molto) semplificato come avviene l’evoluzione genetica. La selezione naturale fa sì che tratti/caratteristiche favorevoli che siano ereditabili geneticamente aumentino in frequenza nel tempo mentre i tratti/caratteristiche meno favorevoli diventino nel tempo via via meno comuni. Si parla di “selezione direzionale” quando  essa favorisce una singola variante di un gene (per geni che hanno più varianti che vengono denominate alleli) rispetto alle altre cosicché l’allele in questione aumenta rapidamente in frequenza nella popolazione: se la selezione è costante per un lungo periodo di tempo, l’allele favorito raggiungerà la fissazione. Un po’ come quando arrivano nuovi giocatori in una squadra di calcio e li si fa giocare, quello che gioca meglio verrà lasciato giocare sempre più spesso fino a conquistarsi il posto da titolare. Ovviamente questo è solo uno dei meccanismi attraverso i quali avviene l’evoluzione genetica, ma è quello che a noi serve per proseguire nella nostra discussione.

Dobbiamo tenere presente che gli esseri umani vivono in una grande diversità di habitat che differiscono in nutrienti e risorse disponibili, limitando di fatto lo spettro di regimi alimentari possibili in una dato luogo. Ciò comporta che la pressione selettiva dovuta alla dieta è stata necessariamente differente nelle varie aree geografiche ed è dipesa anche dai flussi migratori che hanno portato alcune popolazioni a muoversi in aree geografiche differenti venendo così a contatto con nuovi alimenti. Ciò significa anche che la risposta adattativa alla pressione selettiva può aver coinvolto nuovi alleli generati da mutazioni o introdotti da popolazioni vicine e che alleli sfavorevoli in un determinato ambiente siano diventati invece favorevoli nelle nuove condizioni ambientali post-migrazione. Questo scenario offre una risposta adattiva più rapida e, pertanto, può essere comune nelle specie, quale quella degli umani, che hanno subito drastici cambiamenti ambientali e dietetici.

Questo quadro semplificato spiega già da solo la complessità del fenomeno della risposta adattativa ai cambiamenti alimentari e ambientali.

Ma arriviamo al punto. Quali sono, nelle ricerche fino ad ora effettuate, i geni che si sono modificati nel tempo in seguito ai cambiamenti dietetici ed ambientali? Vediamone alcuni.

Lattasi e amilasi

Ad oggi, i modelli di variazione genetica nei geni che codificano per l’enzima lattasi (l’enzima che scinde il lattosio) e la famiglia delle amilasi (l’enzimi che scinde i carboidrati) forniscono due degli esempi più interpretabili di adattamenti genetici alla specializzazione alimentare nel metabolismo umano.

Tutti i mammiferi non umani perdono la loro capacità di digerire il lattosio (zucchero del latte) molto rapidamente dopo lo svezzamento. Nel genere umano, alcune persone riescono a digerire il lattosio anche nell’età adulta e questa capacità è chiamata persistenza della lattasi (LP). La LP è frequente nelle popolazioni con una lunga storia di pastorizia e produzione di latte. L’inserimento del latte nella dieta dell’individuo umano adulto ha perciò determinato una pressione selettiva che ha portato alla fissazione delle caratteristiche che permettono di digerire il latte. La cosa affascinante è che è stata stimata l’età di queste varianti genetiche: 8000-9000 anni per la mutazione Europea, 2700-6000 anni per la mutazione Africana e 4000 anni per la mutazione Medio Orientale e queste stime sono in accordo con le tempistiche di addomesticamento degli animali nelle varie regioni.

Per quanto riguarda le amilasi, queste sono enzimi espressi sia nella saliva che dal pancreas e sono responsabili della digestione degli amidi e dei carboidrati complessi. Il gene che codifica per le amilasi è presente in copie multiple nel genoma umano, ma il numero di copie varia moltissimo da individuo ad individuo e tra le popolazioni. Anche in questo caso è stato dimostrato (ref3) che il numero di copie del gene per l’amilasi è maggiore negli individui appartenenti a popolazioni che seguono una dieta ricca di amidi, mentre è inferiore negli individui appartenenti a popolazioni che seguono una dieta a basso contenuto di amidi.

Geni coinvolti nel metabolismo degli amidi, del saccarosio e dei folati.

Uno studio interessante di Hancock e colleghi (che trovate qui) ha analizzato un insieme di dati genomici con lo scopo di classificare ciascuna popolazione a seconda che per la loro alimentazione venissero utilizzati come maggior componente i cereali, radici e tuberi, oppure grassi, carne e latte. Un’evidenza statisticamente significativa di adattamento alla dieta ricca in radici e tuberi è stata osservata per i geni coinvolti nel metabolismo degli amidi, del saccarosio e dei folati. I risultati sono concordi con il fatto che radici e tuberi siano ricchi di carboidrati ma poveri di folati.

Quanto si potrebbe continuare?

La lista dei geni coinvolti non è infinita, ma lunga. Ci basti pensare che sono coinvolti anche geni i cui prodotti regolano il gusto e l’olfatto, altri i cui prodotti regolano gli ormoni coinvolti nel controllo dell’appetito e della disponibilità delle risorse energetiche, altri ancora connessi con l’ipertensione sodio-sensibile.

Tutto questo excursus per dire che sì nell’introduzione dell’articolo l’autore ha tutte le ragioni nel dire che il nostro genoma non è uguale a quello dei nostri antenati, anche se queste affermazioni vanno valutate per ogni singola popolazione ed ogni singolo cluster di individui all’interno della popolazione in esame. Ma non dobbiamo dimenticarci che la pressione selettiva determinata dalla dieta va in un senso ma anche nell’altro. Così come il gene per l’enzima lattasi è stato acquisito stabilmente da alcune popolazioni (pur sapendo che purtroppo non funziona proprio benissimo determinando casi di intolleranza al lattosio, ma questa è un’altra storia) e non da altre, è corretto supporre che una volta eliminato il latte e i suoi derivati dalla dieta nel tempo inevitabilmente il gene perderà di importanza fino ad essere, chissà, definitivamente eliminato (caratteristica riscontrabile in popolazioni che storicamente non fanno uso di latte). Il genoma attuale è perciò frutto di una pressione evolutiva ambientale e dietetica esasperante ed è in continua evoluzione (e così sarà sempre), ma non si può giustificare un’alimentazione industrializzata e malsana nascondendosi dietro al fatto che “tanto ormai il nostro genoma ci si è abituato”.

cit. 2 “Ovvero tante proteine animali, un po’ di verdura e frutta, un po’ di grassi, sia animali che vegetali e zero carboidrati da amidi (pasta, riso, pane)”

Questa è abbastanza semplice. Nella paleo dieta non mancano tuberi e patate dolci, così come farina di cocco e di castagne e spesso è consentito anche il riso e la farina derivata. La descrizione è più simile a quella di una dieta proteica chetogenica.

cit. 3 “I nostri antenati non vivevano a lungo (…) l’eccesso di scorie azotate e l’effetto pro-infiammatorio di un eccesso di proteine animali comportano una riduzione della qualità, oltre che della durata, di vita”

Anche qui abbiamo vita facile. Parliamo dell’aspettativa media di vita. O meglio non ne parliamo perché c’è chi lo ha fatto prima di me e potete trovare l’articolo qui. Riassumendo, se pensiamo che i nostri antenati morissero tutti a trent’anni un po’ ci sbagliamo e per diversi motivi:

  1. la mortalità infantile era molto elevata
  2. la maggior parte delle morti era dovuta a infezioni, omicidi e guerre.

Possiamo interpretare l’alimentazione come causa di mortalità sono proporzionalmente e limitatamente al fatto di non riuscire a procurarsi il cibo per soddisfare il proprio fabbisogno energetico.

cit. 4 “…insostenibile per l’ambiente, perché se il mondo si convertisse in gran parte alla dieta paleo la terra verrebbe soffocata dai liquami e dai gas-serra degli allevamenti intensivi…”

Chi segue una dieta Paleo sa che prima di tutto ciò che conta è la qualità della materia prima. Una carne da allevamento intensivo non è una buona materia prima da utilizzare per la propria alimentazione. Il problema della sostenibilità c’è, più che altro connesso al problema del sovrappopolamento mondiale: potrebbe davvero esserci da mangiare per tutti? Questo io non lo so onestamente, però so che ad oggi le popolazioni dei Paesi industrializzati ingurgitano molte più calorie di quelle di cui hanno effettivamente bisogno, tant’è che l’obesità è diventata un’emergenza medico-sanitaria. L’interpretazione della sostenibilità della Paleo dieta andrebbe certamente rivista in un’ottica per cui l’individuo è educato ad un consumo corretto delle risorse, non solo in termini qualitativi, ma anche, e soprattutto, quantitativi.

Il primo strano effetto: la mancanza di energia

cit. 5 “la prima conseguenza negativa della dieta paleo è la stanchezza, perché la drastica riduzione di carboidrati priva il corpo delle energie necessarie a rimanere attivo e vigile. Bruciare le proteine per fare energia è un po’ come bruciare i copertoni nella stufa per scaldarsi perché si produce calore, ma anche tanto fumo (…)”

E qui mi viene la battuta… insomma la dieta paleo sarebbe “tanto fumo e poco arrosto” mentre i paleo addicted lo sanno meglio di me che l’arrosto in Paleo è molto buono grazie alla qualità delle carni.

Anche in questo caso c’è un po’ di confusione tra dieta chetogenica (lo stato di chetosi viene menzionato nel proseguio della citazione) e dieta Paleo, che come già detto, se eseguita normalmente, non può portare a chetosi proprio per il contenuto in carboidrati.

Ad ogni modo, anche nella variante chetogenica della paleo dobbiamo considerare che avviene un vero e proprio shift metabolico e cambia drasticamente la fonte di energia utilizzata che non è più lo zucchero ma il corpo chetonico. Il nostro corpo, la macchina più affascinante che sia mai esistita, si adatta all’utilizzo di una fonte di energia alternativa, tant’è che l’approccio chetogenico è da anni utilizzato nel trattamento dell’epilessia refrattaria alla terapia e come terapia coadiuvante nel trattamento di alcune tipologie di tumore. Ci sono dei limiti nell’applicazione di questo protocollo? Sì, come per tutte le dietoterapie. Il consiglio è sempre quello di essere seguiti da un professionista che possa consigliare l’approccio più adatto, guidare e sostenere nel percorso.

Il secondo strano effetto: la perdita di appetito

cit. 6 “quando l’apporto di carboidrati è minimo, l’organismo può entrare in modalità fame e questo può tradursi in una serie di effetti collaterali negativi, come la riduzione della funzione tiroidea (…) anche in questo caso la colpa è della chetosi”

No, sul serio, non penso di dovermi ripetere ancora su questa cosa della chetosi… Per quanto riguarda la questione della tiroide sarà ampiamente analizzata nel punto dopo il prossimo, quindi siccome immagino siate un po’ stanchi, tiro dritto.

Il terzo strano effetto: l’alito cattivo

cit. 7 “senza la giusta dose di carboidrati per produrre energia, l’organismo (…) tende ad andare in chetosi. (…) il nostro corpo cerca di smaltire le scorie metaboliche come può, ovvero attraverso le urine, più cariche e maleodoranti, la sudorazione, più acre, e l’alito, più pesante”

Ribadisco il concetto dei due punti precedenti. Aggiungendo che per fortuna le cose non stanno così altrimenti al Paleomeeting di Rimini e al Convegno del Metodo Apollo a Bologna saremmo tutti morti intossicati… e invece perlomeno io sono sopravvissuta per scrivere queste mie memorie… gli altri non so… dovrei verificare…

Il quarto strano effetto: elevati livelli di colesterolo LDL

Cit. 8 “Un’alimentazione ricca di grassi animali fa inevitabilmente aumentare l’apporto di grassi saturi, a tutto svantaggio del colesterolo. Il che non è un toccasana per cuore ed arterie”

Qui il problema non è ribattere a queste informazioni. Qui il problema è che ho già scritto 2066 parole e non so se qualcuno sta ancora leggendo. Però se qualcuno è arrivato fin qui mi sembra giusto approfondire anche questo punto.

Punto 1. La concentrazione del colesterolo nel sangue è variabile. E anche parecchio.

La concentrazione del colesterolo nel sangue varia, di settimana in settimana, di giorno in giorno, di ora in ora. Prima di allarmarsi per un valore insolitamente alto sarebbe opportuno ripetere le analisi.

Ci sono tuttavia tutta una serie di ulteriori considerazioni da fare sui fattori che possono influenzare le concentrazioni di colesterolo (totale, HDL, LDL, ecc) nel sangue. Vediamole.

  • Fluttuazioni ormonali. Se sei una donna e hai da poco iniziato la dieta Paleo  e vedi che i tuoi livelli di colesterolo pre- e post- paleo sono un po’ diversi non ti devi preoccupare, può essere successo semplicemente perché il prelievo è stato fatto in due momenti differenti del ciclo mestruale.
  • Fluttuazioni ormonali importanti. Problematiche ormonali importanti spesso determinano una fluttuazione importante dei livelli di colesterolo. Nelle donne affette da PCOS (sindrome dell’ovaio policistico) i livelli di colesterolo sono spesso alterati (LDL più alto e HDL più basso). Anche la gravidanza è una condizione nella quale si possono vedere aumenti del colesterolo. Anche la menopausa, caratterizzata da importantissimi cambiamenti ormonali per la donna, è associata ad un aumento dei livelli di colesterolo. E’ inoltre importante sapere che a partire dalla menopausa il rischio di cardiopatia per la donna inizia ad avvicinarsi alle statistiche maschili. Prima della menopausa le donne hanno una percentuale di rischio di problemi cardiaci molto bassa, ma all’età di 80 anni il rischio di cardiopatie coronariche è sesso-indipendente. Questo è importante da sapere se ci approccia alla dieta Paleo in età pre-menopausale: sappiate che cambiamenti nei livelli di colesterolo e del rischio associato a patologie cardiache è probabilmente correlato al cambiamento ormonale e non alla dieta in sé.
  • Fame. L’aumento del colesterolo può anche essere dovuto all’aver portato il proprio corpo “alla fame”, come avviene per esempio nei casi di anoressia. Indicare questo come possibile fattore di aumento dei livelli di colesterolo nel sangue mentre si segue una dieta Paleo, non significa che seguire la dieta paleo sia l’equivalente di avere un disordine alimentare. E’ però importante capire che a volte chi si avvicina a questo tipo di dieta lo fa perché alla ricerca di un modo per migliorare il proprio stato di benessere e già vive l’attenzione per il cibo come una ossessione, talvolta abbinandoci una attività fisica estenuante che porta l’organismo alla “fame”. In questi casi va ovviamente trattato il disturbo del comportamento alimentare per vedere il colesterolo tornare nella norma.
  • Dimagrimento. Un aumento dei livelli ematici di colesterolo può essere sintomo di eliminazione di grassi, soprattutto se è in atto un dimagrimento (magari anche rapido). In questo caso i valori del colesterolo sono un segno che il nostro corpo sta guarendo dal danno metabolico della dieta moderna, non un segnale che qualcosa sia andato, o stia andando, storto. La dieta moderna (dei paesi industrializzati) ha contribuito alla comparsa di una patologia denominata Steatosi Epatica Non Alcolica (non-Alcholic Fatty Liver Disease, NAFLD) nella quale depositi di grasso in eccesso intorno al fegato ne impediscono il corretto funzionamento. Questo grasso si può formare a causa di diversi fattori, ma uno dei più importanti è la carenza di colina, un nutriente essenziale che ironicamente si trova proprio in alimenti ricchi di colesterolo, come il fegato e il tuorlo d’uovo. Quando si inizia una dieta Paleo, si inizia con essa anche un processo di eliminazione dei depositi di grassi in eccesso che nelle fasi iniziali finiscono inevitabilmente nel flusso sanguigno. Quindi, se state seguendo una dieta paleo e state perdendo peso, un eventuale aumento del colesterolo può non dipendere dalla dieta. Per una interpretazione corretta aspettate almeno 6 mesi dallo stabilizzarsi del peso prima di eseguire le analisi per il vostro profilo lipidico.

Punto 2. Un aumento del consumo di grassi saturi non determina un aumento del colesterolo.

Nell’articolo che potete trovare qui, Stephan Guyenet analizza tutta una serie di studi riguardanti il possibile problema e non trova correlazione (se non in uno solo degli studi analizzati) tra grassi saturi inseriti con la dieta e livelli di colesterolo ematico. Tuttavia quello che è certo è che alcune persone verificano di fatto un aumento dei valori di colesterolo quando iniziano a consumare più grassi saturi nella dieta, perciò procediamo con l’analisi.

Punto 3. Un aumento del consumo di colesterolo con la dieta non determina necessariamente un aumento colesterolo ematico.

Una cosa importante da sapere è che il colesterolo è un costituente fondamentale delle membrane cellulari. E’ la quantità di colesterolo presente in alcune membrane cellulari, o in alcuni punti di esse, a determinare la fluidità del doppio strato lipidico che le costituisce. Questo effetto è di fondamentale importanza per il signalling cellulare e per lo spostamento o l’immobilizzazione di molte proteine di membrana oltre che per la stabilità della membrana stessa.

Proprio per questa funzione fondamentale per la vita la quantità di colesterolo totale presente nel nostro organismo non può essere regolato solo dall’intake dietetico: il 75-80% di esso è prodotto dal nostro organismo. In genere, quando si introduce più colesterolo con la dieta il nostro organismo attua un meccanismo di compensazione (detto meccanismo di “feedback negativo”) per cui produce meno colesterolo. Per questo motivo in media il 70% della popolazione non vede grossi cambiamenti nel colesterolo ematico in seguito ad un incremento dell’intake alimentare. Il restante 30% della popolazione attua comunque dei meccanismo per i quali ad aumento dell’LDL segue un aumento dell’HDL per mantenere la proporzione costante.

Punto 4. Cinque motivi per cui il colesterolo può essere più elevato del solito

Ho racchiuso in una infografica i 5 motivi per i quali ci possono essere importanti variazioni del colesterolo ematico.

5 ragioni per le quali il tuo colesterolo aumenta (1)

  • Seguire troppo a lungo una dieta a basso contenuto di carboidrati. Gli scienziati non concordano tutti su questo punto, ad ogni modo sembrerebbe che bassissimi contenuti di carboidrati nella dieta determinino un abbassamento dell’insulina e questa diminuzione comporti una diminuzione della conversione di T4 a T3 (forma attiva a livello cellulare dell’ormone tiroideo). Questo meccanismo sembra essere governato da un principio di “risparmio energetico”, infatti a livello cellulare il T3 incoraggia le cellule a consumare energia e nutrienti. Pertanto una forte diminuzione dei carboidrati, interpretata dal nostro organismo come carenza di risorse, porterebbe ad una diminuzione del T3 per risparmiare risorse. Il T3 è responsabile anche della stimolazione alla produzione dei recettori cellulari per le LDL, che svolgono il loro lavoro sequestrando l’LDL ematico e importandolo nelle cellule. Qui potete trovare degli approfondimenti interessanti su questo dibattito di Paul Jaminet. Per concludere questo quadro bisogna comunque dire che molte persone non sperimentano questo problema e che comunque la dieta paleo prevede anche l’utilizzo di radici e tuberi e a volte anche riso, oltre che frutta e verdura, perciò nella sua forma comunemente utilizzata non può essere considerata una Very Low Carb Diet. Il problema va invece approfondito nel caso si segua una Paleo very low-carb.
  • Diminuzione della funzionalità tiroidea. A questo punto c’è chi potrebbe pensare che seguire una dieta Paleo possa determinare a lungo andare problematiche di funzionamento della tiroide. In realtà, c’è da considerare il fatto che molte persone soffrono di ipotiroidismo subclinico: non sono perciò consapevoli dei problemi alla tiroide fino a che la transizione alla dieta Paleo non li evidenzia. In questi casi la dieta Paleo più che un problema è una risposta! Infatti, dal momento che glutine, infiammazione e disfunzioni metaboliche sono i più importanti fattori scatenanti per le problematiche tiroidee la dieta Paleo rappresenta una delle migliori terapie a lungo termine disponibili. Inoltre, in questo senso la dieta Paleo risulta anche molto utile nel portare alla luce gli ipotiroidismi subclinici per poter agire di conseguenza nella terapia. Abbiamo già visto nel punto precedente come agisca la diminuzione dei carboidrati sulla funzionalità tiroidea e soprattutto sulla quantità di T3 attivo a livello cellulare. Ci sono però altri due fattori dietetici che possono contribuire alla diminuzione della funzionalità tiroidea: gli alimenti gozzigeni e la carenza di iodio. Nel primo caso stiamo parlando di alimenti soprattutto della famiglia delle crucifere (colza, cavoli, rape, crescione, rucola, ravanello, rafano), ma vi rientrano anche altri alimenti. Di solito questi alimenti non rappresentano un problema, ma in caso di ipotiroidismo subclinico, o fattori predisponenti, possono diminuire la produzione o l’attivazione dell’ormone tiroideo. La soluzione è quella di diminuirne il consumo puntando ad altri ortaggi e verdure. Nel caso della carenza di iodio, dobbiamo invece considerare che molti prodotti industriali contengono sali iodati e il passaggio ad una dieta Paleo li esclude. Tuttavia, sono ricchi di iodio i frutti di mare e le alghe marine che sono alimenti più che concessi in questa dieta, oppure è possibile valutare l’integrazione con il proprio specialista di fiducia (in questi casi l’integrazione non deve mai essere autonoma, ma sempre valutata con un specialista che escluda possibili cause autoimmuni).
  • Carenza di micronutrienti. Micronutrienti come il rame, lo iodio, il selenio e la colina sono di fondamentale importanza per il controllo del colesterolo. La carenza di rame è correlata sia all’aumento del colesterolo, sia all’aumento del rischio di patologie cardiovascolari. Qui e qui trovate due approfondimenti sul tema. Dello iodio abbiamo già parlato, ma ad esso si aggiunge anche il selenio, altro micronutriente importante nella funzionalità tiroidea. La carenza di selenio determina una diminuzione della produzione del recettore per LDL, probabilmente attraverso un meccanismo che coinvolge la tiroide e il T3 cellulare. Anche la carenza di colina è collegata ad aumento di LDL nel sangue, come discusso ampiamente qui da Paul Jaminet. Ricordo tuttavia, come già analizzato in precedenza, che discreti contenuti di colina si trovano in frattaglie e tuorlo d’uovo, più che concessi (se di qualità) nella dieta Paleo.

Ci sono anche delle cause non alimentari che possono determinare ampi aumenti del colesterolo, e sono le ultime due dell’infografica.

  • Patologie autoimmuni della tiroide. La più frequente è la tiroidite di Hashimoto e anche laddove questa non sia diagnosticata vi può comunque essere una problematica autoimmune. Nel coadiuvare il trattamento di queste patologie la dieta ha sicuramente un impatto notevole e proprio la dieta Paleo può fornire delle risposte ed una terapia.
  • Ipercolesterolemia familiare. Ho iniziato questo articolo parlando di genetica e con la genetica vorrei quasi concludere. Le persone affette da ipercolesterolemia familiare, presentano delle mutazioni genetiche che determinano un malfunzionamento dei recettori per LDL, di cui abbiamo già visto l’importanza. In questo caso l’aumento di colesterolo determinato dal passaggio alla dieta Paleo è reale, perché queste persone non possono metabolizzare normalmente il colesterolo. E’ possibile restare comunque in un regime Paleo? Adattandolo magari sì: inserendo più grassi da olio di oliva o altri grassi monoinsaturi, aumentando l’apporto calorico da amidi sicuri e diminuendo i grassi animali. Altre terapie potrebbero essere l’integrazione di ormoni tiroidei o iodio (per aumentare l’attività dei recettori) o l’assunzione di antiossidanti (per prevenire l’ossidazione delle LDL), ma in questo caso sarà lo specialista a guidarvi.

Per concludere questo capitoletto sul colesterolo possiamo pertanto dire che: se con la dieta Paleo notate un aumento del colesterolo LDL, ricordare che questo fenomeno è sintomo di qualcosa e prima di colpevolizzare la dieta dovreste indagare a fondo su tutte le cause possibili.

Il quinto strano effetto: la diarrea

cit. 9 “un elevato apporto di grassi, accompagnato alla riduzione di carboidrati e amidi, può complicare la funzionalità del tratto gastro-intestinale, favorendo diarrea e feci molli (…) un corpo intossicato cerca di difendersi aumentando il transito intestinale per eliminare l’eccesso di scorie (…) feci spesso esageratamente maleodoranti per l’eccesso di fenomeni batterici di putrefazione”

Qui si potrebbe scrivere non un libro, ma una intera saga con tanto di serie tv. In questa affermazione viene completamente ignorata tutta la letteratura scientifica che negli ultimi anni si sta focalizzando nello studio del microbiota intestinale e della sua interazione non solo con gli alimenti, ma anche con l’organismo ospite. E’ proprio il caso di dire che vi è un gran fermento scientifico in questo campo!

Ritengo che sia abbastanza inutile intraprendere una discussione infinita su questo punto. Il nostro microbiota intestinale è estremamente complesso come potete notare in figura.

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Ad oggi esistono dei test con i quali è possibile vedere come è composta la propria flora batterica intestinale, metterla in correlazione alla propria dieta e al proprio stile di vita, verificarne i cambiamenti al cambiare della dieta e dello stile di vita. Dal momento che ad oggi si sa che tante patologie hanno origine dall’intestino, questa è una tematica che va sicuramente approfondita, ma sempre con metodo scientifico e, ad oggi, non me la sento di dire che esistano verità assolute in questo campo perché si sa ancora troppo poco.

Se volete approfondire la possibilità di sequenziare il vostro microbioma, vi consiglio di visitare il sito Microbioma Italiano, all’interno del quale, in questa pagina, potete trovare anche un’illustrazione dei risultati di una analisi con la loro discussione. Per chi vuole approfondire ancor di più, c’è la pagina del National Institutes of Health dedicata al Microbiome Project qui.

Anche in questo caso, comunque, se avete fenomeni di diarrea nella transizione alla dieta Paleo, valutate bene tutte le possibili cause, anche il mero cambiamento in sé della dieta può dare dei disturbi gastrointestinali dati dall’adattamento alla nuova dieta, e non fermativi solo a puntare il dito sul nuovo stile di vita.

Conclusione – l’ironia nelle puzzette

cit. 10 “(…) persone che fanno la dieta paleo (…) sono persone ossessionate dalla presenza minima di carboidrati e che quindi iniziano ad isolarsi dalle situazioni conviviali e spesso finiscono per avere episodi di abbuffata a base di pane, pizza e tutti gli alimenti usualmente vietati. E’ bene ricordare che il nostro corpo, se non lo ascoltiamo come merita, va a prendersi comunque ciò di cui ha bisogno, quindi il mio consiglio è di non fare la dieta paleo, per la vostra salute e quella del pianeta, ma anche per le narici dei vostri vicini”

Insomma, non fate la dieta Paleo perché potreste intossicare i vostri cari con puzzette, sudori e aliti maleodoranti. Di questo abbiamo già discusso quindi soprassederei.

Ho conosciuto molte persone che seguono la dieta Paleo, non per una ossessione nei confronti dei carboidrati, ma per migliorare il proprio stato di salute. Ci sono patologie, specialmente molte autoimmunitarie, che stanno dimostrando di trarre grandissimo beneficio da questa tipologia di dieta. Ignorare questo fatto e sconsigliare la dieta Paleo è un gesto di disinformazione scientifica all’ennesima potenza. Sarà che per come sono abituata io, se non sono sicura di una cosa dico “non so”, se non conosco bene un certo approccio dietetico rimando ad un collega specializzato o mi informo e studio, sarà che in genere più si studia più ci si rende conto di non sapere nulla, sarà quel che sarà, ma certo è che è facile prendere posizioni ferme quando si ignora totalmente la questione.

cit. 11 (…) il nostro corpo, se non lo si ascolta come merita (…)

In queste poche parole si capisce che non si sa proprio di cosa si sta parlando. La dieta Paleo è nata proprio ascoltando i proprio corpo, è nata proprio nel tentativo di capire perché l’alimentazione moderna ci stia intossicando, perché oggi esistono così tante nuove patologie che i nostri antenati non sperimentavano.

Quello che è certo, e non smetterò mai di ribadirlo, è che non esistono diete per tutti. Ognuno ha un suo bagaglio genetico, culturale, ambientale e sociale e ciascuno deve valutare l’approccio alimentare più adatto alle proprie esigenze e al proprio stato di salute. Pertanto, se vi avvicinate alla dietoterapia per curare un qualche problema di salute fatelo sempre facendovi accompagnare da un professionista.

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