In questo articolo parleremo di Vitamina D, una vitamina liposolubile estremamente importante non solo per il metabolismo delle ossa, ma come vedremo anche per tantissimi altri processi fisiologici.
Scoprirai perché è una vitamina estremamente importante per il tuo stato di salute e perché sta acquisendo sempre più importanza anche nella prevenzione di moltissime patologie.

Ne parliamo in questo mese perché, come scoprirai leggendo, il nostro organismo è in grado di produrre vitamina D in seguito all’esposizione solare, ma addentrandoci verso la stagione fredda e con una diminuzione delle ore di sole a nostra disposizione, si possono aggravare condizioni di insufficienza vitaminica già presenti.

Iniziamo allora!

Lo stato della ricerca

Negli ultimi 15 anni sono stati fatti passi da gigante nella ricerca sulla vitamina D e si è scoperto che la sua importanza va oltre il semplice concetto della prevenzione del rachitismo nei bambini ed ha una rilevanza fisiologica importante anche per gli adulti.
È stato infatti scoperto che la Vitamina D produce effetti benefici anche su tessuti diversi da quello osseo e si è constatato che le quantità necessarie per mantenere uno stato di salute ottimale sono probabilmente superiori a quanto si pensava in passato. Allo stesso tempo, numerosi studi hanno dimostrato che c’è una percentuale sempre più alta di persone che soffre di livelli insufficienti di vitamina D.
I benefici extrascheletrici della vitamina D e l’alta prevalenza di livelli insufficienti di vitamina D sono ad oggi tenuti molto poco in considerazione sia dai pazienti che dalla classe medica.
Lo scopo di questo articolo è riassumere quali siano le potenziali implicazioni di una insufficienza di vitamina D sia sul sistema scheletrico che sulla salute extra scheletrica.

Le fonti di vitamina D

Le radiazioni solari UV-B (che hanno lunghezze d’onda variabili tra i 290 e i 315 nm) sono la fonte principale di vitamina D oltre a quella assunta tramite la dieta, per la maggior parte delle persone. Le fonti nutrizionali di vitamina D sono limitate, tra queste possiamo annoverare i pesci grassi (come il salmone, lo sgombro e le sardine), alcuni oli di pesce (come l’olio di fegato di merluzzo) e i tuorli d’uovo. In alcuni paesi, come gli Stati Uniti, alcuni alimenti vengono fortificati in vitamina D, per esempio il latte, alcuni cereali, i succhi d’arancia, alcuni yogurt e la margarina. Tuttavia in molti paesi europei il latte non viene arricchito in vitamina D, così come molti altri alimenti.
Ci sono due forme di vitamina D: la vitamina D2 (ergocalciferolo), viene prodotta dalla irradiazione dell’ergosterolo di lievito e di pianta, e la vitamina D3 (colicalciferolo) che si trova nei pesci grassi, nell’olio di fegato di merluzzo e viene prodotto dalla pelle. Con il termine vitamina D si intendono sia la vitamina D2 che la vitamina D3.

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La produzione di vitamina D da sintesi cutanea e da integrazione con la dieta avvengono solo ad intermittenza. Una irregolare assunzione della vitamina D, indipendentemente dalla fonte, può portare ad un insufficienza di vitamina D cronica. Questa condizione è stata segnalata in tutti i gruppi d’età, in tutte le regioni geografiche e in tutte le stagioni.
Per arrivare alla minima assunzione giornaliera raccomandata è spesso necessario ricorrere ad integratori di vitamina D, tuttavia è spesso difficile far comprendere l’importanza dell’integrazione. In particolare, alcuni gruppi di persone, che sono quelli più a rischio di insufficienza di vitamina D, molto spesso non seguono le linee guida per l’assunzione giornaliera. L’osservanza delle raccomandazioni di integrazione di vitamina D sono più basse nei gruppi di pazienti più anziani proprio con osteoporosi. Uno studio scientifico ha in particolare dimostrato nonostante la formazione e l’informazione sull’importanza dell’ integrazione di vitamina D e di calcio, il 76% dei pazienti anziani con fratture dell’anca non hanno osservato le raccomandazioni. Questo fatto non è tuttavia sorprendente dal momento che l’osservanza delle raccomandazioni diminuisce all’aumentare del numero di farmaci assunti e spesso i pazienti anziani prendono molti farmaci.

Conseguenze scheletriche dell’insufficienza di vitamina D

Le conseguenze dell’insufficienza di vitamina D sull’apparato scheletrico sono probabilmente le uniche note alla maggior parte della popolazione, tuttavia vorrei qui riassumerle.
La carenza severa cronica di vitamina D in neonati e bambini causa deformazioni dell’osso dovute a demineralizzazione, malattia comunemente nota come rachitismo. Negli adulti si possono invece sviluppare debolezza muscolare, dolore osseo, e osteomalacia una malattia, quest’ultima, nella quale l’osso perde la sua densità e diventa molle. Insufficienze di vitamina D meno gravi possono causare uno scarso sviluppo della massa ossea in bambini e adolescenti e negli adulti possono portare a iperparatiroidismo secondario, aumentare il turnover dell’osso e portare a progressiva perdita ossea, incrementando il rischio di osteoporosi.
L’iperparatiroidismo secondario causa fosfaturia e ipofosfatemia. Il conseguente inadeguato bilancio tra calcio e fosforo determina una carenza di mineralizzazione, rendendo lo scheletro meno rigido ed esponendolo a rischio di fratture. L’iperparatiroidismo secondario ha un effetto diretto anche sugli osteoclasti, cellule dell’osso che sono deputate alla degradazione enzimatica della matrice di collagene dell’osso e alla secrezione di acido cloridrico, due azioni che determinano il rilascio di calcio e fosforo nello spazio extracellulare: il risultato di questa attività è un’aumentata porosità scheletrica, una diminuita mineralizzazione ossea, una conseguente diminuzione della densità ossea, osteoporosi, aumento del rischio di fragilità e fratture.
Quando i livelli di vitamina D scendono sotto i 10 ng/ml in genere si presenta anche la osteomalacia. Diversamente dai pazienti che soffrono di osteoporosi, i pazienti con osteomalacia soffrono spesso anche di dolori scheletrici. Questo dolore può essere verificato applicando una pressione minima con il pollice e l’indice sullo sterno o sulla tibia anteriore. I pazienti che soffrono di osteomalacia spesso ricevono diagnosi sbagliate di fibromialgia, sindrome dell’affaticamento cronico, e vengono trattati in maniera inappropriata con farmaci antinfiammatori non steroidei.

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Dolori muscolari e ossei, in compresenza di insufficienza di Vitamina D, possono essere sintomo di ostemalacia, ma spesso sono erroneamente diagnosticati come sintomi di fibromialgia o sindrome da affaticamento cronico

Effetti della vitamina D sulle funzioni neuromuscolari

Anche sui tessuti muscolari sono stati identificati recettori per la vitamina D ed è stato dimostrato che spesso i pazienti affetti da osteomalacia hanno anche una sintomatologia di miopatia reversibile.
Troppo spesso pazienti con debolezza muscolare non specifica, dolori muscolari e dolori ossei ricevono diagnosi di fibromialgia o sindrome da affaticamento cronico nonostante le evidenze spesso molto forti delle loro carenze di vitamina D.
Molti studi hanno dimostrato che l’insufficienza di vitamina D contribuisce alla debolezza muscolare collegata all’invecchiamento e di conseguenza al rischio di cadute. Il rischio di cadute è uno dei rischi principali che può determinare fratture ossee nell’anziano, andando a determinare un rapido deterioramento dell’equilibrio psicofisico della persona e della sua capacità di gestire in maniera indipendente la propria vita. Per questi motivi le insufficienze e Le carenze di vitamina D non dovrebbero mai essere minimizzate, ma in ogni età dovrebbero essere prese seriamente in considerazione per tutte le loro implicazioni sullo stato di salute.

Vitamina D e salute extra scheletrica

Intestino tenue, reni, e ossa sono gli organi primari e tessuti responsivi alla vitamina D che sono coinvolti nel metabolismo minerale e nella salute delle ossa. Tuttavia, gli effetti della vitamina D non sono limitati al’omeostasi, cioè equilibrio, minerale del nostro organismo e al mantenimento della salute scheletrica. La presenza di recettori per la vitamina D in altri tessuti e organi suggerisce che la vitamina D abbia importanti ripercussioni su molti processi biologici non scheletrici.
Inoltre, l’enzima responsabile per la conversione della forma inattiva di vitamina D alla forma biologicamente attiva è stato identificato in tessuti diversi da quelli dei reni.
Il recettore per la vitamina D è un recettore nucleare alta affinità per la forma di vitamina D attiva e media la regolazione della trascrizione genica. Evidenze biochimiche ed epidemiologiche suggeriscono che il recettore per la vitamina D sia inoltre coinvolto nel mediare gli effetti non collegati alla calcemia della vitamina D e possa giocare un ruolo vitale nella prevenzione e nel mantenimento della salute extra scheletrica.

Il recettore per la vitamina D è stato isolato da molte tipologie di cellule, tessuti e organi, inclusi quelli che non sono tipicamente associati al metabolismo del calcio o al metabolismo osseo. Alcuni di questi includono cuore, stomaco, pancreas, cervello, pelle, gonadi e svariate cellule del sistema immunitario.
Le varianti genetiche del gene che codifica per il recettore della vitamina D sono state associate con rischi differenti di sviluppare varie tipologie di cancro e disordini immunitari, incluso il diabete di tipo 1.
La forma attiva della vitamina D è anche coinvolta nei processi di segnalazione cellulare ed ha Infatti dimostrato di avere un’attività immunomodulatoria e antiproliferativa, proprietà che sono state studiate per la loro possibile importanza in molte patologie incluse la psoriasi, il diabete di tipo 1, l’artrite reumatoide, la sclerosi multipla, Il morbo di crohn, l’ipertensione, le patologie cardiovascolari e diversi tipi comuni di cancro.

Vitamina D e cancro

La vitamina D è uno dei più potenti ormoni per regolare la crescita cellulare, la sua forma attiva inibisce la proliferazione e induce differenziazione nelle normali funzioni cellulari. Alcune evidenze scientifiche hanno suggerito che la forma attiva di vitamina D aiuta a regolare la crescita cellulare e a prevenire la progressione del cancro riducendo l’angiogenesi, incrementando la differenziazione cellulare e l’apoptosi delle cellule cancerogene, riducendo la proliferazione cellulare e le metastasi. Le attività antiproliferative e prodifferenzianti dei recettori per la vitamina D sono stati evidenziati più di 40 anni fa.
Numerosi studi hanno dimostrato che le cellule cancerose di alcuni tipi di tumore come quello al seno, al colon e alla prostata, l’osteosarcoma e il melanoma rispondono all’effetto antiproliferativo della vitamina D attiva. Altri studi ancora hanno dimostrato buoni livelli sierici di vitamina D sono associati ad un minor rischio di cancro e ad una diminuita mortalità cancro correlata.

Vitamina D e patologie cardiovascolari

La vitamina D è coinvolta nel controllo della produzione della renina, uno dei più importanti ormoni al compito di regolare la pressione sanguigna. Per questo motivo la ricerca scientifica è molto fervida in questo campo e sta tutt’ora cercando di capire se la carenza/insufficienza di questa vitamina sia alla base dello sviluppo di malattie come l’ipertensione.

Vitamina D e psoriasi

Uno dei più grandi successi della terapia con vitamina D nel trattamento di patologie extra scheletriche è nel trattamento della psoriasi. Uno studio scientifico in particolare ha dimostrato che la forma attiva della vitamina D inibisce la proliferazione dei cheratinociti umani che esprimono il recettore per la vitamina D e accelera la loro differenziazione. Questa evidenza ha suggerito che alcune patologie iperproliferative della pelle, come la psoriasi, potessero essere responsive al trattamento con forme attive della vitamina D. Trattamenti con vitamina D attiva ad uso topico hanno mostrato un netto miglioramento della patologia e della lesione psoriasica con pochissimi o totalmente assenti effetti avversi. Ad oggi il trattamento con la vitamina D (sia ad uso cutaneo che integrativo per bocca) costituisce uno dei trattamenti di prima linea della psoriasi.

Vitamina D e diabete mellito di tipo 1.

La vitamina D in forma attiva agisce come immunomodulatore, riducendo la produzione di citochine (molecole con attività proinfiammatoria) e la proliferazione dei linfociti  implicati nella distruzione delle beta cellule del pancreas secernenti insulina e correlate quindi allo sviluppo del diabete mellito di tipo 1. Inoltre, le cellule beta del pancreas rispondono al recettore per la vitamina D con un aumento nella produzione di insulina. Alcuni studi condotti su animali, hanno dimostrato che la somministrazione di vitamina D in forma attiva previene lo svilupparsi di diabete di tipo 1 indotto sperimentalmente. E’ stato Inoltre dimostrato che grandi dosi di vitamina D riescono a sopprimere lo sviluppo del diabete in topi diabetici non obesi che vengono utilizzati come modello del diabete mellito di tipo 1 umano.

Vitamina D in sovrappeso e obesità

Le persone che soffrono di sovrappeso e di obesità dovrebbero fare particolare attenzione ai propri livelli di vitamina D. Questa è come già detto una vitamina liposolubile, cioè si scioglie bene nei grassi. Questa caratteristica chimica fa sì che buona parte della vitamina D venga sequestrata negli adipociti, le cellule che contengono grasso del nostro corpo. Purtroppo, in questo modo, diminuisce drasticamente la quantità di vitamina D circolante, pertanto l’eventuale utilizzo di integratori dovrà tenere conto della necessità di utilizzare dosaggi lievemente più elevati che per le persone normopeso.

Vitamina D in altre patologie

Un possibile ruolo della vitamina D è stato Inoltre studiato in molte altre patologie, inclusa l’artrite reumatoide, la sindrome del colon irritabile, il lupus erimatoso sistemico, l’osteartrite e le malattie periodontali.

Integrazione di Vitamina D e dosaggio

Si stima che l’integrazione con la vitamina D possa prevenire l’insufficienza di vitamina D nel 98% della popolazione. L’assunzione di vitamina D integrativa e l’esposizione alla luce del sole o a luce del sole simulata hanno dimostrato incrementare i livelli sierici di vitamina D attiva.
Negli individui sani l’assunzione giornaliera dovrebbe essere di 200 UI (unità internazionali) per i bambini e gli adulti fino ai 50 anni, 400 UI per gli adulti dai 51 ai 70 anni e 600 UI per gli adulti oltre i 70 anni. Tuttavia queste quantità rappresentano l’assunzione minima, in quanto la vitamina D deve poi essere attivata, perciò si consigliano delle assunzioni giornaliere pari a circa 1000 unità internazionali.
Tossicità della vitamina D è stata osservata solo per assunzioni giornaliere superiori alle 10.000 unità internazionali. Dosi di 4000 UI al giorno per tre mesi o di 50.000 UI a settimana per due mesi non hanno mostrato alcuna tossicità.

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